Back to home page
Davide Mura
Avvocato, sovranista e identitario, appassionato di Costituzione

Sovranità e principio di adattamento automatico

Diversi giorni fa ho parlato dell’art. 10 Cost. in relazione all’approccio adottato dalla nostra Carta Costituzionale nei confronti del fenomeno migratorio. Ma l’articolo in questione, in realtà, offre qualcosa di più: contiene una norma interessante, che riguarda il più ampio discorso della #sovranità e delle modalità con le quali l’Italia si rapporta con gli altri Stati nel consesso internazionale. Vediamola:

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

Questa norma sancisce un principio importante, e cioè il principio di adattamento automatico del nostro ordinamento alle norme generalmente riconosciute nell’ordinamento internazionale. Lo scopo dunque sarebbe secondo alcuni (v. Martines) di adeguare il diritto interno a quelle norme internazionali che, in quanto corrispondenti agli interessi e alle esigenze di tutti gli Stati, sono generalmente riconosciute nella #comunità internazionale.

Ma la verità ancora una volta è leggermente differente. Se è vero infatti che queste norme (che si esplicano in principi e consuetudini) riflettono generalmente gli interessi e le esigenze di relazione di tutti gli Stati nella comunità internazionale, esse comunque non sono (o meglio non dovrebbero essere) precetti che hanno la capacità assoluta di incidere sull’ordinamento giuridico interno, consentendo in questo caso di aggirare la fonte primaria della sovranità: la #democrazia (v. art. 1). Invero, il principio di adattamento automatico, e dunque l’adattamento del nostro ordinamento giuridico interno, dovrebbe essere tanto legittimo quanto questo sia conforme e compatibile con la sovranità popolare. Ecco perché tale principio in realtà dovrebbe intendersi non tanto come la capacità di condizionare assolutamente il diritto interno della Repubblica, quanto come la capacità di regolare l’azione della Repubblica nel consesso internazionale, e dunque nel cosiddetto diritto esterno.

Non è un caso che normalmente il principio di adattamento automatico venga fatto valere su quei fenomeni che effettivamente incidono nei rapporti tra Stati. Si pensi per esempio alle norme sull’immunità diplomatica o al principio di non ingerenza negli affari di uno Stato straniero. Una legge interna che minasse l’immunità diplomatica dei dignitari stranieri o una legge interna che legittimasse l’ingerenza negli affari di uno Stato straniero sarebbe certamente violativa del principio sancito all’art. 10 Cost., e dunque soggetto a una eventuale censura da parte della Corte Costituzionale. Ma allo stesso modo non si potrebbe dire di una legge che regolasse solo i rapporti interni tra i cittadini italiani o, addirittura, che stabilisse rigidi criteri di accesso al territorio per i cittadini stranieri (leggi sull’immigrazione). Per quanto possano esistere norme di diritto internazionale consuetudinarie che affermino principi differenti, è mia opinione che queste norme non potrebbero in alcun modo essere invocate per “costringere” il nostro paese ad adattarsi ai sensi dell’art. 10. Ciò perché eventuali norme di diritto internazionale che venissero invocate per imporre questo genere di obblighi sarebbero contrastanti con la sovranità espressa nei processi democratici che eventualmente decidessero in senso differente.

Art. 10 e norme costituzionali

Naturalmente, questa affermazione è tanto più vera, quanto il rango delle norme interne è più alto. Così si può affermare che l’operatività dell’art. 10 viene meno qualora il contrasto sia tra le norme del diritto internazionale anzi illustrate e le norme costituzionali. Non si condivide in questo senso la tesi di chi afferma che ciò sia vero solo quando il contrasto non è originario, ma è susseguente a una eventuale modifica (o introduzione) della norma internazionale generalmente riconosciuta. Secondo questa tesi, la ragione è fondata sul fatto che lo Stato italiano avrebbe partecipato alla modifica o alla generazione della norma internazionale, dimostrando così di disconoscere nella sua costituzione materiale la norma costituzionale contrastante. Ma è questa una tesi che non regge del tutto, essendo potenzialmente foriera di effetti bizzarri: si pensi infatti all’estrema ipotesi nella quale una norma di diritto internazionale generalmente riconosciuta affermasse, dopo una modifica o una sua introduzione successiva, che la sovranità non appartiene al popolo italiano ma a un organismo internazionale (es. l’ONU). In tal caso che si fa? Si modifica l’art. 1 della nostra Carta? Lo si abroga e si rinuncia alla sovranità devolvendola a tale organismo internazionale?

E’ chiaro che il contrasto tra la Costituzione e una norma internazionale generalmente riconosciuta è un contrasto che deve essere sempre risolto in linea di principio a favore della Costituzione, e ciò per una semplice ragione: il costituente qualora abbia stabilito un principio o una disposizione contrastante con le norme internazionali generalmente riconosciute (e non importa che queste siano precedenti o successive alla norma costituzionale), ha evidentemente inteso derogare esso stesso al principio stabilito nell’art. 10 Cost. Con una eccezione per me pacifica: il principio suddetto è tanto valido quanto più la norma costituzionale manifesti i suoi effetti solo sul diritto interno (v. sopra). E’ evidente che qualche perplessità sorgerebbe qualora la norma costituzionale intendesse invece incidere sui rapporti esterni tra lo Stato e gli altri Stati. Ancora una volta, per riprendere l’esempio dell’immunità diplomatica, è chiaro che qualora la norma costituzionale non intendesse legittimare l’immunità diplomatica dei dignitari stranieri, questa norma dovrebbe comunque cedere il passo alla norma internazionale generalmente riconosciuta ai sensi dell’art. 10 Cost., e ciò anche qualora il contrasto sia originario e non solo susseguente all’introduzione o alla modifica della norma internazionale anzidetta.

E' stato un post interessante?0No0