Stato laico e uguaglianza religiosa. Il punto

Si fa un gran parlare di uguaglianza religiosa qui in Italia. Soprattutto, si parla spesso (e non sempre a proposito) di #laicità. Lo Stato è laico – recita l’ossessivo mantra – e dunque gli apparati pubblici non devono preferire o meglio privilegiare una religione rispetto a un’altra (e precisamente quella cattolica). Verrebbe in tal caso violato il principio (costituzionale) della laicità dello Stato (sic!).

Dunque le domande mi pare siano piuttosto semplici: è vero che la laicità impone che tutte le religioni (rectius: #confessioni) devono essere trattate in modo assolutamente uguale? Ed è vero perciò che non vi può essere alcuna preferenza accordata a una confessione specifica, né lo Stato può avere alcun rapporto privilegiato con una o più di esse?

Per cercare di dare una risposta quanto meno soddisfacente e non ideologica, mi pare sia necessario prima di tutto considerare il dato socio-antropologico in relazione alla lacità, intesa come indifferenza dello Stato al fenomeno religioso. Lo Stato non è un’entità astratta, un meccanismo automatico animato da un software senz’anima. Lo Stato è fatto di uomini, e gli uomini hanno una cultura e hanno delle tradizioni. Gli uomini spesso hanno una fede e dei valori etici e morali connessi a quella fede. Asserire perciò che lo Stato deve essere laico, non significa affatto che lo Stato deve ignorare assolutamente il fenomeno religioso. Significa semplicemente che lo Stato non può avere una connotazione religiosa propria. Non può essere, in altre parole, Stato e #Chiesa contemporaneamente.

E questa la vera scriminante tra #confessionismo e laicità. Lo Stato confessionale è infatti lo Stato che impone ai propri cittadini una religione (cfr. art. 1, Statuto Albertino); lo Stato laico può essere invece uno Stato che seppure non imponga una confessione precisa, prende atto che esiste una religione dominante e che la società, di cui lo Stato è espressione, è formata culturalmente, moralmente ed eticamente sui valori promossi da quella religione. Rinnegarla, sconfessarla, reprimerla, deriderla, disincentivarla, ovvero metterla sullo stesso piano delle altre religioni, rappresenta non certo la piena realizzazione delle virtù della laicità, ma – al contrario – esprime un nuovo confessionismo, questa volta in favore non già di una religione specifica, ma di una non-religione: l’#ateismo.

Ebbene, la nostra Costituzione non predica né impone l’ateismo di Stato, soprattutto rispetto alla confessione che tuttora risulta essere quella dominante: la religione cattolica. La carta fondamentale, infatti, seppure non ponga la religione cattolica in una posizione di assoluto privilegio rispetto alle altre confessioni, gli riconosce indubbiamente una posizione sui generis nel nostro ordinamento che emerge inequivocabilmente dall’art. 7 Cost. che – ricordo – disciplina il rapporto tra Chiesa Cattolica e Stato Italiano (ne ho già parlato qui).

La Carta però, nonostante questa evidenza, non afferma certo che la religione cattolica è la religione dello Stato, tant’è che poi nel successivo articolo 8, sancisce effettivamente il principio di laicità, affermando che«tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge» (v. anche gli artt. 19 e 20 sui quali si tornerà prossimamente).

Ma vediamo meglio l’articolo:

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Non posso qui certamente riportare il quadro giuridico complessivo dei culti in Italia (ci scrivono i libri). Qui si può solo dire che sono ancora in vigore le leggi precedenti la nostra Costituzione – opportunamente “costituzionalizzate” (e cioè rese compatibili con i principi costituzionali) – per tutti i culti che, al netto della religione cattolica, non hanno stipulato intese con lo Stato1. Per i culti invece che hanno stipulato intese ai sensi del comma 3 dell’art. 82, gli stessi sono disciplinati in base alle norme stabilite nelle #intese anzidette.

In un’ottica laicista, quello che qui vorrei esaminare è però soprattutto il principio dell’uguaglianza dei culti ai sensi del comma 1, il quale afferma – si è visto – che «tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», attribuendo alla locuzione un significato preciso che non è l’eguaglianza assoluta e paritaria tra le confessioni religiose (intese come organizzazioni), bensì l’uguaglianza nella libertà delle organizzazioni religiose di esercitare il culto. In base a questo principio, dunque, lo Stato non deve frapporre ostacoli alle organizzazioni che intendono esercitare il loro culto, discriminando tra l’una e l’altra organizzazione (esempio ostacolando il culto dell’una, ma non dell’altra) sulla base di pregiudizi irragionevoli e incompatibili con il principio di cui all’art. 2 e all’art. 3 (di cui il primo comma dell’art. 8 e gli artt. 19 e 20, sono una chiara eco), ma deve garantire il trattamento egualitario e – diciamo – laico.

E qui, inevitabilmente, non possiamo non tornare al problema della laicità considerata non come ateismo di Stato, ma come rifiuto di una religione di Stato. Spesso infatti si è utilizzata questa norma per accusare lo Stato Italiano di privilegiare ingiustificatamente la Chiesa Cattolica rispetto alle altre organizzazioni confessionali, e si è utilizzato a sostegno di questa tesi sia l’art. 7 (e lo abbiamo visto) e sia il primo comma dell’art. 8, attribuendogli proprio il significato che non ha, e cioè quello di riconoscere come assolutamente eguali tutte le confessioni. Ma la realtà è che l’art. 8 non dice: “tutte le confessioni sono uguali dinanzi alla legge3. Ma dice: “tutte le confessioni sono egualmente libere dinanzi alla legge.” Questa è una differenza sostanziale checché se ne dica, poiché permette di trattare le confessioni religiose in modo differente a seconda della necessità, del radicamento nel territorio, dell’opportunità, della cultura e di altri elementi contingenti, storici e sociali, salvo il diritto di ogni membro della confessione di professare liberalmente il proprio culto con il limite del buon costume (art. 19 Cost.) e la libertà di ogni confessione di organizzarsi secondo il proprio Statuto, con il limite del rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico (comma 2, art. 8). Di guisa che la legge potrebbe anche avere un rapporto particolare e privilegiato con una precisa confessione4, basando tale “privilegio” sugli anzidetti elementi. Ed è quello che capita con la religione cattolica: il suo forte radicamento nel territorio, la sua preminenza nel tessuto sociale, i suoi principi etici fondanti i valori comuni, rappresentano un dato sociologico che non può essere ignorato o sminuito da un’uguaglianza assoluta che creerebbe tensioni e malumori sociali, discriminazioni al contrario e la distruzione inevitabile delle nostre tradizioni e della nostra cultura.

In conclusione, il principio di laicità insito ed espresso nell’art. 8, comma 1, Cost., riferito alle organizzazioni religiose nei loro rapporti con lo Stato, non impone dunque di trattare tutte le confessioni in modo assolutamente uguale (!), ma deve semplicemente garantire alle confessioni religiose la libertà di organizzarsi in ragione dell’esercizio del loro culto, con l’unico obbligo per loro di rispettare i principi dell’ordinamento giuridico (e ciò vale a mio avviso anche per la confessione cattolica, benché il comma 2 sembra escluderlo), e per lo Stato di non promulgare leggi il cui discrimine non sia giustificato proprio dall’esigenza di imporre il rispetto dei principi anzidetti, e dunque sia un discrimine irrazionale, irragionevole e profondamente violativo sia dell’art. 2 e sia dell’art. 3 Cost. Qualsiasi rapporto privilegiato con una confessione precisa non inficia, perciò, in alcun modo il principio di cui al primo comma dell’art. 8 Cost., sul presupposto errato che tale privilegio violerebbe il principio di uguaglianza fra le religioni e comprometterebbe dunque il principio di laicità.

  1. L’opera della giurisprudenza costituzionale si è indirizzata soprattutto verso quelle norme che pregiudicavano o negavano la libertà religiosa e di culto, e violavano dunque il principio di uguaglianza ai sensi dell’art. 3 Cost.
  2. Che sono considerate dalla migliore dottrina Convenzioni di Diritto Pubblico e non già patti internazionali che obbligano lo Stato a renderli esecutivi con legge. Così pure la Corte Costituzionale con la sentenza n. 57 del 1958. Di diverso avviso altra parte della dottrina che ritiene invece che con l’art. 8, comma 3, sia stato sancito lo stesso principio pattizio previsto dall’art. 7, comma 2. Di guisa che lo Stato per disciplinare i rapporti con le confessioni diverse da quella Cattolica, deve utilizzare il sistema pattizio e non può procedervi unilateralmente.
  3. In fase costituente non si arrivò mai a offrire questa formulazione. L’idea era che si dovesse riconoscere alle confessioni diverse dalla cattolica la libertà di culto, senza discriminazione alcuna, compatibilmente con i principi dell’ordinamento giuridico italiano, come poi si dirà appresso.
  4. Si cita a tal proposito Ruffini, il quale proprio sul principio di uguaglianza ebbe a dire: «Il vero principio di parità non suona “a ciascuno lo stesso”, ma “a ciascuno il suo”». Francesco Ruffini, La libertà religiosa come diritto subiettivo pubblico, Torino, 1924, pag. 423.
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