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Davide Mura
Avvocato, sovranista e identitario, appassionato di Costituzione

La forma repubblicana è un argine alla desovranizzazione?

La domanda è questa: è possibile che la forma repubblicana possa essere un baluardo invalicabile alla desovranizzazione? Cioè sia un limite che impedisca una cessione di #sovranità tout court? La forma repubblicana infatti è sancita all’art. 1 Cost., e non può essere fatta oggetto di revisione costituzionale, ai sensi dell’art. 139 Cost. Vediamo insieme i due articoli:

Art. 1. – L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro […]. 
Art. 139 – La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

La tesi affermativa è sostenuta con forza da Giuseppe Palma1. Ebbene, per l’autore citato ogni eventuale cessione di sovranità sarebbe non conforme all’ampio concetto di forma repubblicana:

«Per quanto riguarda […] la definizione di forma repubblicana, questa non può essere interpretata unicamente come forma di Stato opposta alla monarchia, ma va altresì intesa quale contenitore di quell’ampio spazio creativo del concetto di Repubblica necessariamente assunto come inscindibile da quello di democrazia e di uguaglianza sostanziale», sicché «l’eventuale costituzione degli Stati Uniti d’Europa (U.S.E., “United States of Europe”) – che ovviamente comporterebbe la cessione illegittima da parte dell’Italia anche di quella forza (imperio) insista nel concetto stesso di Stato sovrano qual è il nostro Paese – è del tutto NON conforme non solo al concetto di Stato cui si fonda il nostro Ordinamento costituzionale (la cui sovranità, ripeto, appartiene al popolo), ma soprattutto all’ampio concetto di forma repubblicana (e quindi di Stato) che non può essere oggetto di revisione costituzionale, limite esplicito sancito dall’art. 139 Cost.!2

A mio avviso, per quanto la tesi sia suggestiva, desta qualche perplessità. Fosse assolutamente vero che la forma repubblicana è concetto ampio inscindibile dal concetto di #democrazia e uguaglianza sostanziale, dovrebbe arrivarsi alla paradossale ipotesi che una #monarchia (costituzionale), che è forma di Stato differente, non garantirebbe mai né la democrazia né l’uguaglianza sostanziale, o meglio che sia l’una che l’altra non appartengano alla forma monarchica, ma solo alla forma repubblicana. Non solo: ammesso fosse vero quanto viene sostenuto dall’autore, allora ogni Repubblica implicherebbe sempre e comunque la democrazia e l’uguaglianza sostanziale. Eventualità, in entrambe le ipotesi, affatto vera, e per una semplice ragione: sia i processi democratici e sia l’uguaglianza sostanziale prescindono dalla forma di Stato data (repubblica o monarchia o qualsiasi altra), attenendo semmai alle modalità di esercizio della sovranità e al perseguimento di un obiettivo (l’uguaglianza sostanziale) i cui strumenti attuativi non sono definiti e realizzati solo ed esclusivamente nella forma repubblicana, ma in tutte quelle forme che siano, come tali, idonee allo scopo. Per cui non si vede quale sia il nesso tra forma repubblicana da una parte e sovranità e principio di uguaglianza sostanziale dall’altra.

Tale nesso però potrebbe essere riscontrato nel fatto che la forma repubblicana è strettamente connessa alla democrazia e all’uguaglianza sostanziale per lo meno nella Costituzione italiana, rappresentando, la nostra, una carta sui generis (qui) che renderebbe stretto il rapporto tra l’essere una repubblica e l’essere uno Stato sovrano che realizza precisi obiettivi di giustizia sociale e di sovranità popolare. Ma anche questa ipotesi non convince del tutto. Vero è, semmai, che a volte l’interpretazione più ovvia è quella più semplice: l’unica forma legittima accettata dalla nostra Costituzione è solo la forma repubblicana; il costitutente, in questo senso, ha voluto vietare sic et sempliciter che, in sede di revisione costituzionale, tale forma venisse mutata in favore di altre (e segnatamente di quella monarchica)3. Sicché la forma anzidetta non rappresenta affatto “quell’ampio spazio creativo del concetto di Repubblica necessariamente assunto come inscindibile da quello di democrazia e di uguaglianza sostanziale“, fino a costituire un baluardo alla cessione di sovranità (rappresentando uno dei cosiddetti controlimiti), ciò perché l’art. 1 si limita a definire l’Italia una Repubblica, e poi perché sia l’uguaglianza sostanziale e sia la democrazia sono fenotipi politico-giuridici che possono essere perseguiti e realizzati a prescindere dalla forma di Stato adottata.

Se questo è vero, non si vede perché la forma repubblicana dovrebbe essere un ostacolo insormontabile alla nascita degli Stati Uniti d’Europa (o USE). A conforto, soggiunge peraltro un esempio pratico: gli Stati Uniti d’America. La forma repubblicana, infatti, è quella richiesta agli Stati federati dal Governo degli Stati Uniti d’America, dimostrandosi di per sé che la forma di Stato repubblicana non è un vero limite giuridico e costituzionale alla nascita di una federazione tra Stati, e dunque a una cessione di sovranità in favore del Governo centrale federale, essendo in questo caso (quello USA) addirittura un prerequisito per essere legittimamente parte degli Stati Uniti d’America.

Dunque, la domanda rimane: esiste davvero una connessione tra sovranità e forma repubblicana, nei termini di conformità, tanto che la forma repubblicana debba essere considerata un limite (invalicabile) alla cessione della sovranità, fondata sul divieto ex-art. 139 Cost.? Letta in questa chiave, a mio modesto avviso, no. La sovranità è un concetto meta-giuridico e politico autonomo rispetto alla forma di Stato, che richiede esattamente tre elementi: un popolo, un territorio e il potere d’imperio dello Stato (la capacità dello Stato di imporre norme cogenti); e tale potere può essere connaturato sia alla forma repubblicana e sia a qualsiasi altra forma che permetta il suo concreto esercizio. Di più: la sovranità è una manifestazione definitiva della volontà dello Stato, che può appartenere non solo alle democrazie, ma anche agli Stati assoluti e a quelli autoritari. Per cui, alla luce della nostra Carta, la forma repubblicana non è un reale ostacolo alla nascita degli USE, quand’anche essa debba ritenersi insuperabile per via dell’art. 139 Cost.4.

Semmai, esistono altre ragioni maggiormente fondate – pure correttamente individuate dallo stesso Palma e da altri commentatori – che suggeriscono l’impossibilità di cedere sovranità a enti sovranazionali (qualunque sia lo scopo di questi enti, compreso il perseguimento dell’uguaglianza sostanziale). E questi limiti possono essere essenzialmente rinvenuti nel fatto storico che vede un popolo il quale, in un contesto pre-giuridico e politico, ha esercitato il potere costituente (che è potere sovrano) per darsi una carta fondamentale che ne regolasse la convivenza, e poi, successivamente, nella complessiva architettura costituzionale definita in quella Carta (eletta a legge suprema) là dove viene sancito che la sovranità appartiene a quello stesso popolo che la esercita secondo i metodi (democratici) definiti nella carta medesima (art. 1). Persino gli artt. 10 e 11 Cost. possono essere considerati una conferma intrinseca della sovranità e della sua impossibilità di essere ceduta a terzi, poiché, come si è detto in precedenza (vedi qui e qui), #limitazione non è cessione. La prima infatti deve essere contemplata rispetto ai rapporti tra Stati sovrani (e a parità di condizioni), e non già nella capacità degli ordinamenti sovranazionali (difettanti della necessaria legittimità politica riconosciuta attraverso le elezioni democratiche) di porre in essere norme cogenti per i singoli cittadini.

Non solo. A mio avviso, più che la forma repubblicana (e la sua impossibilità di revisione), a rafforzare l’idea che la Costituzione non contempli cessioni di sovranità, soccorre il principio sancito all’art. 7 Cost., il quale è l’unico articolo nella Carta fondamentale ad affermare inequivocabilmente che lo Stato è indipendente e sovrano. Molti effettivamente ignorano la portata formidabile di questa asserzione, la quale, al di là del fatto che sia stata statuita per rimarcare l’indipendenza dello Stato rispetto alla Chiesa e viceversa, in realtà ha un valore assoluto che può essere fatto valere rispetto a qualsiasi ordinamento esterno allo Stato, compresa l’Unione Europea. Nel rapporto tra questa norma e l’art. 11, non esiste però alcuna “rottura della Costituzione” (Mortati), semmai esiste un’implicita conferma che l’Italia è una Repubblica pienamente indipendente e sovrana e che tale sovranità in un solo caso specifico (che nulla ha a che vedere con l’Unione Europea), a parità di condizioni con gli altri Stati, può essere limitata ma mai ceduta.

  1. Già citato in precedenza, Giuseppe Palma è un avvocato e opinionista, piuttosto noto negli ambienti sovranisti, soprattutto per i suoi scritti giuridici sul rapporto tra costituzione e sovranità e poi perché commentatore dei fatti politici nazionali sul quotidiano Libero in coppia con il professor Paolo Becchi. Ultimamente ha pubblicato l’Enciclopedia Giuridica della Sovranità per un sano patriottismo costituzionale, edita da GDS, 2017.
  2. Giuseppe Palma e Marco Mori, L’incompatibilità tra Costituzione Italiana ed eventuale costituzione degli “U.S.E.”, visionabile qui.
  3. E del resto è questo che emerge dai lavori costituenti. Anzi, per certi versi, la contestazione che venne mossa in sede costituente davanti all’art. 139 Cost., fu che questa norma avrebbe limitato la sovranità popolare e vincolato per il futuro il popolo italiano a una forma di Stato che magari nell’evoluzione dei tempi sarebbe stata considerata vetusta o non più adeguata alle esigenze contingenti.
  4. In realtà, qualche autore (Biscaretti) ritiene possibile modificare l’art. 139 Cost., per permettere poi la revisione della forma repubblicana, utilizzando l’art. 138. Ma è una tesi fortemente minoritaria, assumendosi l’art. 139 Cost. come principio fondamentale non suscettibile di revisione costituzionale.
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