Il rilievo penale degli atti politici alla luce della Costituzione. Breve riflessione

In questi giorni non si parla d’altro che della querelle sulla “Diciotti” e sulla decisione dell’attuale ministro dell’Interno di non autorizzare lo sbarco degli immigrati raccolti dalla nave della Guardia Costiera durante un’operazione in alto mare, le cui conseguenze sono state l’apertura di un procedimento penale a suo carico per sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale. #Reati particolarmente gravi, che hanno diviso l’opinione pubblica e hanno creato non poche tensioni.

La domanda che qui mi pongo è essenzialmente una: è sempre opportuno o necessario che un atto politico sia soggetto al vaglio #penalistico? La risposta, chiaramente, non è agevole, e tuttavia, lungi dal voler offrire qui una disamina tecnica del fatto di cronaca, vorrei provare a fare qualche riflessione in proposito, prendendo a paradigma proprio il caso della Diciotti.

Ebbene, è incontestabile che il ministro dell’interno sia titolare di una serie di poteri e prerogative: è responsabile della pubblica sicurezza ed è responsabile dei flussi migratori e dell’accesso degli stranieri nel territorio dello Stato. Queste responsabilità richiedono, sovente, un vaglio eminentemente politico delle situazioni in itinere, che riflette necessariamente il perseguimento e la tutela di un preciso indirizzo politico e più in generale dell’interesse nazionale, sia sotto il profilo della sicurezza dei cittadini e sia sotto il profilo dell’applicazione delle leggi di contrasto all’immigrazione clandestina. Se è pur vero che queste decisioni debbano essere adottate nel rispetto della persona e della dignità umana (e non potrebbe essere altrimenti, visti gli artt. 2 e 3 della Costituzione), è anche vero che nei casi in cui siano coinvolti gli interessi nazionali, salvo palesi ed evidenti atti criminali (il ministro che ordina la traduzione delle vittime in una struttura carceraria in assenza di un processo), credo si debba vagliare con cautela la sussistenza dei profili penalistici delle decisioni politiche assunte. In parte perché la loro contestazione, qualora non suffragata, alla base, da solidi argomenti giuridici, potrebbe avere come unico risultato quello di alimentare il sempiterno conflitto tra i poteri dello Stato che, a sua volta, instilla e rafforza la sfiducia nelle istituzioni democratiche e nel buon andamento della giustizia, e in parte perché un procedimento penale che interferisse con l’azione politica, vanificandola, rischierebbe di trasmettere l’idea (fallace) di una scarsa coesione nazionale e dell’incoerenza dell’architettura costituzionale.

Beninteso, questo non significa garantire o istituzionalizzare l’impunità di un ministro o di un Governo, ovvero riconoscere al potere esecutivo il potere di agire al di sopra della legge. Tutt’altro! Significa semplicemente ritenere che il vaglio dei profili penalistici dell’azione politica di un ministro o di un Governo, deve essere un vaglio estremo, dovendo, l’addebito penale, rappresentare sempre l’extrema ratio, quella che emerge solo e se il potere politico, nel proprio agire, sfocia nel puro arbitrio e nell’assoluto disprezzo delle leggi dello Stato e della Costituzione.

Non è un caso che, proprio per evitare che il potere politico fosse succube del potere giudiziario, e dunque da questo venisse condizionato nella determinazione e nell’attuazione dell’indirizzo politico, i padri costituenti inserirono l’art. 68 Cost., vecchia formula (di cui parlerò meglio in futuro), che sottoponeva al vaglio delle Camere, l’autorizzazione a procedere penalmente nei confronti dei membri del Parlamento. Questa norma sappiamo poi è stata modificata, offrendo attualmente una formulazione diversa e più debole: oggi l’autorizzazione a procedere per i procedimenti penali in capo ai membri del parlamento non esiste più; esiste solo l’autorizzazione a procedere nei casi di perquisizione personale o domiciliare, ovvero di arresto, fermo o detenzione (e sempre che ciò non sia conseguenza dell’esecuzione di una sentenza di condanna divenuta irrevocabile). Odiernamente dunque è possibile sottoporre a procedimento penale un parlamentare, senza la preventiva autorizzazione della camera di appartenenza.

L’art. 96 della Cost. (anch’esso modificato con legge costituzionale n. 1/1989) mantiene il profilo originario dell’art. 68 Cost., quanto meno per gli atti politici del ministro. Infatti, il procedimento penale è sottoposto al vaglio della Camera di appartenenza o del Senato se il ministro non è un parlamentare, sicché il diniego è sine die. Non si può incriminare un ministro, qualora il Parlamento neghi questa possibilità, anche dopo che sia cessata la carica. Sicché, nel caso in questione, qualora la Camera di appartenenza del Ministro (il Senato) negasse l’autorizzazione a procedere, il procedimento penale morirebbe lì.

Tutto questo per dire che davanti ad atti politici che potrebbero astrattamente assumere rilievo penale, bisogna sempre tenere presente che sono in gioco diversi #beni_giuridici fondamentali, tutti tutelati dalla Costituzione (la quale prevede – proprio per questa ragione – una serie di #guarentigie in favore dei membri del Parlamento e del Governo). In particolare, mi riferisco al diritto dei cittadini di concorrere, liberamente, alla vita politica del paese e dunque il diritto del Parlamento e del Governo di determinare un preciso indirizzo politico (v. artt. 48, 49 e 70 e ss. Cost.), assumendo decisioni che possono anche rivelarsi scomode o eticamente non condivisibili secondo alcune sensibilità; e il diritto dei cittadini stessi affinché le istituzioni non assumano decisioni politiche che sfocino nel puro arbitrio e nella violazione sistematica della legge e dei diritti individuali (v. artt. 13-28 Cost.). Il bilanciamento dei beni costituzionali anzidetti, benché certamente non contrapposti, richiede che il magistrato, chiamato ad applicare la legge nel pieno rispetto del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.), valuti sempre con una certa cautela i profili penalistici degli atti politici, proprio per non creare quel #cortocircuito tra i complessivi beni costituzionali in gioco (i processi democratici, la certezza del diritto, la tutela dei diritti della persona e il buon andamento della giustizia) il cui unico e malaugurato risultato rischia di essere l’inevitabile e intollerabile contrasto tra i poteri dello Stato e la perdita di fiducia dei cittadini nei processi democratici e nella giustizia.

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