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Davide Mura
Avvocato, sovranista e identitario, appassionato di Costituzione

Costituzione, suffragio universale e il tentativo di delegittimarlo

Da qualche tempo ormai (sic!) si assiste alla delegittimazione del suffragio universale. Per i meno esperti, il #suffragio_universale è il principio secondo il quale tutti i cittadini di età superiore ad una certa soglia (normalmente la maggiore età), senza alcuna restrizione sociale o biologica (sesso, reddito, cultura, istruzione, etnia ecc), hanno il diritto di elettorato attivo e passivo. Dunque, possono eleggere i rappresentanti politici, essere eletti tali e possono votare i referendum.

Il suffragio universale fu una grande conquista di civiltà (che in Italia venne raggiunta completamente nel 1946, con il referendum sulla forma di Stato), che apre i processi politici alle classi sociali meno abbienti e alle donne (fino ad allora escluse), tanto che gli affari politici non furono più appannaggio di nobili, notabili, capitalisti e prelati uomini, ma divenne coinvolgimento totale delle masse nella determinazione dell’indirizzo politico della nazione.

Quivi non posso fare una disamina storica e politica sul suffragio universale. Vero è però che, limitandomi alla #patria, le implicazioni del suffragio universale furono tali e tante, che oggi possiamo dire che esso ha contribuito e non poco all’evoluzione e al progresso dell’economia e della società italiana. Soprattutto all’affermazione dei diritti sociali, quelli che – invero – oggi si vorrebbe nuovamente attenuare.

Il suffragio universale in Costituzione

Nella nostra Costituzione il suffragio universale emerge dal combinato disposto di diversi articoli. E precisamente dagli artt. 48 comma 1, 49, 51 comma 1, 56 comma 3, 58 comma 2, 84 comma 1. Ma in primo luogo, emerge proprio nei principi fondamentali, ove si afferma, all’art. 1, che la sovranità appartiene al popolo (e dunque all’intero popolo e non a una élite), e all’art. 3, che stabilisce che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che possano impedire la realizzazione dell’#uguaglianza.

La nostra Carta dunque sposa il principio del suffragio universale, che si assume come principio fondamentale inderogabile, né superabile in alcun modo. Ma vediamo un po’ la norma costituzionale principe del suffragio universale:

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.

Questo è il suffragio universale nell’esercizio di quello che viene definito diritto di elettorato attivo, e cioè il diritto di votare i propri rappresentanti politici. Sul punto, l’unico limite esplicito che la Costituzione pone è la maggiore età: possono votare solo i maggiorenni o chi abbia compiuto il venticinquesimo anno di età, nel caso di elezione dei componenti del Senato (v. art. 58, comma 2). Esiste però un requisito implicito ulteriore: la cittadinanza italiana. Seppure questo requisito appaia nella locuzione del primo comma dell’art. 48, esso non può essere dato per scontato, poiché in altri casi, la giurisprudenza ha dato una connotazione ampia di “cittadino”, ricomprendedovi anche lo straniero privo di cittadinanza (es. per l’applicabilità del principio di uguaglianza). Le leggi elettorali stabiliscono il requisito della cittadinanza italiana, e la ratio che lo giustifica – per quanto riguarda le elezioni politiche e i referendum (che sono immediata espressione della #sovranità del popolo) – può essere trovata nell’art. 1 Cost. L’eccezione è prevista per le elezioni locali e per il Parlamento Europeo (dlgs n.197 del 1996, attuativo dell’art. 22 TFUE), alle quali possono accedere anche i cittadini europei.

Il diritto di elettorato passivo rispecchia più o meno quello di elettorato attivo: per essere eletti alle cariche elettive, è necessario il compimento della maggiore età, tranne per la carica di Senatore (bisogna aver compiuto quarant’anni) e per la carica di Presidente della Repubblica (è necessario aver compiuto cinquant’anni) (v. artt. 58 e 84 Cost.).

I tentativi di delegittimare il suffragio universale

Negli ultimi tempi, tuttavia, nonostante il suffragio universale sia principio costituzionale fondamentale inderogabile, si assiste a un vero e proprio tentativo di delegittimazione. La tesi di fondo delegittimante si basa sull’asserzione che le masse meno “istruite” non siano in grado di scegliersi i propri rappresentanti e finiscano per scegliere i peggiori. Sicché, per “proteggerle” dalla loro stessa ignoranza politica, è necessario che il suffragio universale venga rivisto, stabilendo ulteriori barriere e requisiti, soprattutto di ordine culturale e di istruzione. Questa esigenza emergerebbe tanto più evidente quando gli esiti dei processi elettorali risultano essere non conformi alle aspettative delle élite dominanti, e si accompagna spesso e volentieri a un attacco altrettanto delegittimante del risultato elettorale, attraverso sospetti di alterazione del consenso (fake news), che – giocoforza – influenzerebbero le scelte dei meno istruiti. 

Inizia così la fase di #persuasione: il suffragio universale in realtà non è opportuno e crea solo danni (v. finestra di Overton). Ci saranno discussioni e indignazioni (persino questo post lo è). Poi però si passa alla fase “discutiamone”, e via verso la restrizione del suffragio, che garantisce alle élite di mantenere il controllo sulle masse, senza che queste possano far “danni”.

V’è da evidenziare, comunque, che la delegittimazione del suffragio universale è via via emersa e si è affermata a livello politico (meno a livello giuridico – e direi fortunatamente), quanto più è aumentata la capacità del cittadino di informarsi; soprattutto di informarsi nei canali alternativi (la rete internet) che nella maggior parte dei casi non sono controllati dai grandi potentati economici. Così, se da una parte le élite tentano di delegittimare il suffragio universale, dall’altra, nel mentre e in attesa che qualcosa si muova in tal senso (incrociamo le dita che mai accada), cercano di limitare l’accesso dei cittadini all’informazione libera con la scusa della lotta alle fake news. Un tentativo che mina, dalle sue fondamenta, il diritto di libera manifestazione del pensiero previsto all’art. 21 Cost., e di cui parlerò poi.

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